IL CONTAGIO DELL’EPATITE C E IL RISCHIO DI CONTRARLA IN OSPEDALE

Vi è un periodo di latenza (incubazione), dal momento dell’infezione da virus C all’inizio dei sintomi (quando questi si manifestano, cioè in meno del 25% dei casi; negli altri la malattia decorre in modo asintomatico) di poco più di un mese, anche se può variare di alcune settimane in più.

L’aumento delle aminotransferasi si verifica approssimativamente dalle 6 alle 12 settimane dopo l’esposizione (con un intervallo minimo e massimo molto ampio: 1-26 settimane).

La positivizzazione degli anticorpi avviene intorno all’ottava settimana dall’esposizione, sebbene in alcuni pazienti ritardi di diversi mesi.

I concetti di epatite acuta e recente, benché spesso usati come sinonimi, non sono sovrapponibili. Questa non è una distinzione di poco conto. In molti casi, dato che non è disponibile un test anticorpale che rilevi gli anticorpi anti-HCV della classe IgM (segno di infezione recente), non è per niente agevole porre diagnosi di epatite C recente (in altri termini, recentemente contratta).

E’ ben noto e documentato che, purtroppo, quello nosocomiale rimane uno dei più importanti fattori di rischio dei nuovi casi di epatite C che si verificano nel mondo, anche quello occidentale più evoluto dal punto di vista sanitario, inclusa l’Italia.

 “Le stime di rischio attribuibile a livello di popolazione indicano l’esposizione nosocomiale (39,6%) e l’uso di droghe per via endovenosa (30,5%) come responsabili della maggior parte dei casi” di epatite C in Italia al giorno d’oggi (Spada E. e altri. Journal Medical Virology 2013; 85:433-440).

Gli interventi chirurgici aumentano il rischio di contrarre epatite C di 4,6 volte – dato italiano, sempre a cura dell’Istituto superiore di Sanità (Mele A e altri. Journal Viral Hepatitis 2000; 7: 30-35). Ben più delle cure dentali (1,5 volte) e dei rapporti sessuali.

L’infezione nosocomiale avviene ancora nelle Nazioni Europee, nonostante gli avanzamenti nelle procedure mediche: dal 50 al 70% dei nuovi casi di HCV possono essere attribuiti all’esposizione nosocomiale, secondo recenti stime in Italia e Spagna.

Cito inoltre per esteso, qui di seguito, da EPICENTRO, il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica, a cura del Centro Nazionale per la Prevenzione delle Malattie e la Promozione della Salute dell’Istituto Superiore di Sanità.

 “Epatite C – Dopo una decisa flessione … l’incidenza di epatite C acuta ha continuato a decrescere, stabilizzandosi su tassi tra 0,2 e 0,3 casi / 100.000 abitanti, a partire dal 2009. Nel 2016 l’incidenza è stata pari a 0,2 / 100.000 (non sono stati osservati casi nella fascia d’età 0-14 anni; mentre l’incidenza maggiore si ha nella classe di età 25-34 anni: 0,3 / 100.000 abitanti).  … per l’epatite C la diminuzione di incidenza ha interessato in particolar modo i soggetti d’età compresa fra i 15 e i 24 anni (verosimilmente per cambiamenti comportamentali da parte dei tossicodipendenti).  L’età dei nuovi casi è in aumento, e già da tre anni la fascia di età maggiormente colpita è stata quella 35-54 anni. Inoltre, negli ultimi anni il rapporto maschi/femmine è andato diminuendo anche se nel 2015 gli uomini risultano ancora i più colpiti (il 57% dei casi è di sesso maschile). I maggiori fattori di rischio riportati sono: i rapporti sessuali non protetti, gli interventi chirurgici, l’esposizione percutanea in corso di trattamenti cosmetici e l’uso di droghe per via endovenosa”.

( http://www.epicentro.iss.it/problemi/epatite/EpidemiologiaItalia.asp 23-03-2017 ).

(Sottolineature del sottoscritto).

E’ stato sperimentalmente dimostrato che il virus HCV mantiene infettività per molte settimane (oltre 6), se presente anche in minime quantità di residui di siero o plasma secchi sopra superfici di oggetti di uso comune in ospedale, come può avvenire ad esempio in seguito ad applicazione o rimozione di cateteri venosi.

Epidemie di epatite C nosocomiale si sono verificate con l’uso di flaconi multidose di farmaci di impiego corrente nei reparti ospedalieri. E ciò, nonostante siano state prese precauzioni, evidentemente non sufficienti, per evitarlo.

Per quanto l’ospedalizzazione, come si è visto sopra, rappresenti di per sé un riconosciuto fattore di rischio per l’infezione da virus C, l’incidenza generale in Italia dell’epatite C è ormai davvero molto bassa, di circa lo 0,2-0,3 per 100.000 abitanti/anno.

Moltiplicando per 4 o per 5 il rischio di chi è stato ospedalizzato e sottoposto a interventi chirurgici (v. sopra) nell’anno precedente all’epatite C recente, rispetto a chi non lo è stato, lo stesso rischio permane comunque molto basso.

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