LA SCOPERTA DEL VIRUS C E DEL TEST DI LABORATORIO PER DIAGNOSTICARLO: PIETRA MILIARE NELLA STORIA DELL’EPATOLOGIA

La scoperta definitiva del virus C dell’epatite, nota da tempo come epatite nonA-nonB, ma per molti anni non identificata e non identificabile, risale ufficialmente al 21-04-1989, tramite due articoli fondamentali nella storia della medicina della seconda metà del XX Secolo, pubblicati sulla prestigiosa rivista Science, da parte dello stesso gruppo internazionale di ricercatori, con collaboratori differenti (tra cui due di Scuola italiana, milanese e torinese). Nel secondo di tali articoli veniva descritto anche il test, messo a punto dagli stessi scienziati, nell’ istituzione di ricerca privata per cui lavoravano e che ha finanziato la ricerca, per identificare gli anticorpi contro il virus e permettere così, tra l’altro, di escludere i potenziali donatori che ne risultassero positivi. Praticamente all’indomani della doppia pubblicazione su Science, tale test era disponibile in commercio in tutto il mondo, essendo, tra l’altro, nell’interesse economico della corporation americana che ne deteneva il brevetto, ricavarne il giusto profitto e ammortizzare il prima possibile gli ingenti investimenti della monumentale ricerca che vi era stata alle spalle.

Il test sierologico per la ricerca degli anticorpi contro il virus C nei potenziali donatori di sangue è stato reso obbligatorio in Italia con D.M. del 21-07-1990, pubblicato nelle Gazzetta Ufficiale della Repubblica il 22-08-1990 e entrato in vigore il 23-08-1990.

Da una pubblicazione scientifica del C.D.C. di Atlanta, denominata MMWR, del 16-10-1998, si apprende che, negli Stati Uniti, “Durante il maggio 1990, fu iniziato il test di routine dei donatori di sangue per evidenziare l’infezione HCV…”.

Già molto tempo prima (almeno 10 anni) della scoperta del virus C e del metodo di laboratorio per rilevarlo tra i donatori, l’esistenza di una pericolosa epatite non-A, non-B, che poteva essere trasmessa con le trasfusioni di sangue, era ben nota alla comunità scientifica e medica. Da tale consapevolezza ne sono derivate, in tutto il mondo occidentale, precise indicazioni ad introdurre e a utilizzare sistematicamente i cosiddetti “test surrogati” (un limite particolarmente basso alle aminotransferasi e la determinazione dell’anti-HBcore), oltre al rafforzamento dell’attenzione nell’anamnesi, in particolare sulle abitudini di vita, degli aspiranti donatori.

Un acceso dibattito ha coinvolto i maggiori esperti nazionali (epatologi, infettivologi e trasfusionisti, esperti dell’Istituto Superiore di Sanità) in quei mesi cruciali, a cavallo tra la metà del 1989 e la metà del 1990, incentrato su un non agevole bilanciamento tra il rischio di trasmettere l’epatite C con le trasfusioni e il rischio di ridurre in modo inaccettabile il pool di donatori, per effetto dell’introduzione del test. Bisogna anche ricordare che il test anticorpale di prima generazione per la diagnosi di epatite C comportava un numero elevato di falsi positivi e falsi negativi.   In seguito è stato perfezionato.

Si tenga presente che prima dell’introduzione del test anti-HCV l’incidenza dell’epatite C in Italia era sconosciuta (ci potevano essere solo stime poco attendibili).

Il rischio di arrivare a una situazione in cui il pool di donatori di sangue diventa esiguo può avere, come è facile capire, conseguenze gravi sulle cure di molti malati, la cui vita dipende proprio dalle trasfusioni.

Partecipare attivamente a questo momento di vita dell’epatologia è stato un’esperienza entusiasmante.

Oggi il rischio di contrarre l’ epatite C da una trasfusione è meno di 1 su 1 milione.

Per confronto, analogo rischio, per l’epatite B è meno di 1/750000 e per l’HIV meno di 1/due milioni e mezzo.

 

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