LA DURATA DELLA TERAPIA NELL’EPATITE AUTOIMMUNE

Rispetto alla durata che una terapia corticosteroidea per l’epatite autoimmune dovrebbe avere, la letteratura scientifica specializzata si esprime in modo non tassativo.

“Non sono disponibili solide linee guida che indichino quando il farmaco (corticosteroide) debba essere ridotto e sospeso”, così Eugene Schiff nel suo famoso trattato americano di epatologia.

“Non ci sono chiare evidenze di una durata ottimale del trattamento”, così le linee guida dell’Associazione europea per lo studio del fegato (EASL).

“Non c’è una durata minima o massima del trattamento definita”, così le linee guida dell’Associazione americana per lo studio delle malattie del fegato (AASLD).

Tuttavia, sempre da una ampia revisione della letteratura scientifica sull’argomento, emerge che trattamenti molto prolungati, di un anno e anche più (anche 3 anni) sono consigliati.

La forza di tali raccomandazioni è intermedia e il livello di evidenza è il più basso tra quelli previsti.

In merito, non sono mai stati condotti studi randomizzati e probabilmente non è possibile condurne (la malattia è piuttosto rara e inoltre ci sarebbero problemi etici).

Le raccomandazioni espresse sulla durata del trattamento immunosoppressivo dell’epatite autoimmune sono basate su opinioni di esperti, le quali propendono a favore di un trattamento prolungato, con sensibili variazioni da una fonte all’altra, altrettanto autorevoli.  A supporto di tale punto di vista, oltre alla semplice opinione, sebbene autorevole, degli esperti, vi sono, piccole casistiche non controllate e tutt’al più alcuni studi analitici caso-controllo.

Sulla decisione di quanto far durare il trattamento corticosteroideo nell’epatite autoimmune influisce in modo preponderante il problema degli effetti collaterali e della tossicità della terapia medesima, protratta per lunghi periodi.

Questo è il motivo per il quale deve essere tenuta presente l’opzione terapeutica di associare al corticosteroide dato a più basse dosi, l’azatioprina, con tutte le precauzioni e le limitazioni che anche questo farmaco richiede. Nell’epatite autoimmune in forma acuta, almeno in una prima fase, l’azatioprina non deve essere impiegata.

Il trattamento dell’epatite autoimmune, nonostante mezzo secolo di ricerche, è in parte ancora un’arte e richiede altissima competenza e esperienza da parte del medico specialista in malattie del fegato.

A.F.

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